L’ECCEZIONALE STRUTTURA DEL PICCHIO

Immaginate di muovere la testa a ritmo di hard rock ed heavy metal più volte al giorno, aggiungete una corteccia maledettamente dura davanti a voi ed è fatta: siete a tutti gli effetti dei picchiatori nati! Ad una velocità di circa 6-7 m/s, per circa 12’000 volte al giorno, con decelerazioni impressionanti, questi splendidi animali fronteggiano a muso duro una corteccia che farebbe sudare anche il più esperto e muscoloso dei boscaioli. I picchi hanno svariati motivi per picchiettare i tronchi più volte al giorno. Queste ragioni comprendono: la ricerca del cibo, la costruzione del nido ed il drumming, che consiste in un picchiettio rapido su una superficie che risuona, utilizzato per lo più come forma di corteggiamento. Sebbene il picchiettare avvenga tramite colpi laterali e non diretti, ciò non basta per assicurare al picchio una via di fuga dal mal di testa. Come fanno, quindi, a non subire delle vere e proprie commozioni cerebrali? Per prevenire tali danni, questa specie ha sviluppato delle caratteristiche fisiche a dir poco impressionanti che includono: 

1) un cervello relativamente piccolo e liscio, con uno spazio subdurale stretto e poco liquido cerebrospinale, orientato all’interno del cranio in modo da massimizzare l’area e la durata di contatto tra cervello e cranio; 

2) una distribuzione del tessuto spugnoso del cranio maggiormente concentrato nella fronte e nella parte posteriore, che funziona come un vero e proprio ammortizzatore per i colpi; 

3) l’osso ioide, una struttura muscolo-scheletrica che si avvolge attorno alla cassa del cervello, ancorante una lingua lunga, anzi lunghissima, che stabilizza il cranio come un casco… insomma una vera e propria cintura di sicurezza! 

4) un becco robusto ed appuntito a prova d’urto

Anche la prestazione fisica non è da meno: questa specie riesce infatti a limitare il tempo di contatto fra il legno ed il becco, ad ogni picchiettata, di appena mezzo millisecondo, un tempo estremamente breve per produrre danni cerebrali. Insomma, un cocktail di caratteristiche a prova di emicrania!

Nell’ immagine sopra riportata, un picchio svezzato questo Luglio da una delle nostre balie, della cui liberazione vi eravamo fatti partecipi in uno dei nostri video estivi passati. Se ve la foste persa la ritrovate al link —> 

https://www.facebook.com/watch/?v=2601679263380153&extid=7bf6pmi5iEGHxFR8

Michela Padovani

Fonti:

https://doi.org/10.1016/j.actbio.2016.03.030

https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371%2Fjournal.pone.0026490&fbclid=IwAR1-JeqKMtW0J7gNZEVKqMl7-7tSX3l5Noxr2LS3zJLfuL_JBZR8UwgZqM8

PESCA RESPONSABILE E CURA DELL’AMBIENTE

Durante la quarantena COVID19 il Lago di Garda si era spogliato quasi del tutto della presenza umana,  lasciando libero arbitrio ai cigni che stavano nidificando, al cannareccione che con canto incessante dava il benvenuto al sole, agli svassi che iniziavano i loro corteggiamenti e poi ai germani reali, folaghe, gallinelle d’acqua, pesci che arrivavano in banco sulla costa… una natura ricca, che festeggiava un insolito e per loro prezioso periodo di calma e di esclusività di un ecosistema ricco come quello del Lago di Garda. L’opportunità di avere nel nostro territorio un bacino di acqua dolce è un dono davvero grande, senza acqua la vita non esisterebbe e poco basta per contaminarla colpendo con essa gli animali che da lei dipendono, noi compresi. Basti pensare ai danni provocati dalla fuoriuscita di “scarichi abusivi” in particolare di impianti fognari che più volte è stato accertato sulle rive del lago o ancora lo smaltimento illegale di rifiuti gettati nelle acque invece di essere conferiti negli appositi centri di smaltimento.

Credo fermamente che non ci debba essere un virus per permettere che la Natura esprima rigogliosa il suo canto e che, nonostante episodi di incivile convivenza, ci sia una moltitudine di persone che sappia guardare con occhi amorevoli e comportamenti rispettosi, ad uno dei beni più preziosi: l’acqua e tutta la vita che con essa porta.

Le storie riportate nell’articolo precedente parlano di atteggiamenti distratti e forse non consapevoli, che provocano gravi sofferenze, ma anche di sguardi attenti che hanno saputo prendersi carico di quella sofferenza segnalandola a chi poteva intervenire per curare. E’ esattamente quello sguardo che va allenato, un vedere che non deve rimanere sterile e immobilizzato magari sopraffatto dall’ impotenza, o dal pensiero “mah si, ci penserà qualcun altro”. Quel grido di aiuto ci viene chiesto a noi che siamo lì in quel preciso istante, ed agire o non farlo può divenire determinante per fare la differenza. E’ quello sguardo che va ad attivare quelle energie in noi, che tutti abbiamo magari sopite o finora inespresse, che ci spingono ad agire prendendo su di noi la responsabilità di quella vita che senza il nostro intervento potrebbe rimanere in agonia fino al sopraggiungere anche della morte. E’ in quel momento che noi stiamo creando la storia che può  concludersi felicemente o meno, a seconda delle scelte che faremo in quell’ istante. Solamente quando sentiamo nostro qualcosa, che ci  riguarda e ci appartiene e che in qualche modo esprime una parte di noi – sia essa bellezza, gentilezza, stupore, meraviglia- che può scattare quel senso di responsabilità, di sollecitudine e cura di cui a gran voce sta chiedendo il pianeta Terra.

Ecco allora che le mani di un pescatore porteranno attenzione a raccogliere i materiali propri e quelli accidentalmente lasciati da altri, che un passante raccoglierà la plastica e il vetro di una bottiglia rotta che incontrerà al suo passaggio e che un bambino metterà in tasca la carta di una caramella invece di gettarla a terra, perché avremo finalmente compreso che la Natura è la casa di tutti, nostra, degli animali, delle piante che la popolano e che solo attraverso il nostro sguardo e le nostre azioni orientate al rispetto della Vita, permetteremo di far splendere quel Paradiso che già abitiamo.

Elena Carletti

Un magnifico esemplare di cigno reale tra i canneti del Lago di Garda

Pesca: quando con il tuo comportamento puoi fare la differenza

Sono molti gli uccelli acquatici giunti a noi a causa dello sfortunato incontro con ami da pesca/galleggianti/lenze/reti. Questi possono provocare svariati danni:

– L’ingestione delle lenze o pezzi di rete può causare un blocco intestinale e/o riempire lo stomaco dell’animale impedendogli di provare fame, con la conseguenza che il soggetto non mangi e muoia di stenti.
– L’ingestione di ami da pesca può provocare occlusione e/o lacerazione degli organi dell’apparato digerente.
– Le sostanze chimiche rilasciate possono avvelenare l’animale.- La fauna selvatica impigliata è impossibilitata al volo, alla camminata o al nuoto, rendendo impossibile il reperimento del cibo o la fuga da eventuali predatori.- Il tentativo di liberarsi dai fili delle lenze o dalle reti può causare lo stringimento delle stesse fino alla lacerazione profonda della pelle (talvolta fino all’osso) e può impedire la circolazione sanguigna.
– Ferite e lacerazioni possono provocare gravi infezioni.Inoltre è possibile che gli uccelli utilizzino i fili di lenze o reti per la costruzione dei nidi, diventando talvolta delle trappole mortali non solo per la prole ma anche per gli stessi genitori che ne rimangono impigliati.

Nelle foto sottostanti vi riportiamo queste splendide specie celebrate spesso per la loro armonia ed eleganza, la cui sventura è iniziata con l’ingestione di materiali da pesca. I due cigni giovani prontamente operati hanno portato a termine con successo la convalescenza. Ringraziamo Nautica Modena s.r.l. per aver trovato uno di questi cigni, averlo prontamente soccorso portandolo presso la Clinica Veterinaria Verona Lago e successivamente, dopo le cure da parte dei nostri volontari, averci aiutato per il suo rilascio.

Purtroppo il lieto fine non si è verificato per il cigno adulto che ha riportato troppi danni.


Infine, questo bellissimo esemplare di germano reale ha subito un’ amputazione della zampa, ormai necrotica, a causa di una lenza che non gli ha lasciato scampo.

Con lo smaltimento personale dei materiali da pesca è possibile evitare tutto ciò: agite in maniera responsabile!

Michela Padovani

L’IMPATTO DEI GATTI DOMESTICI SULLA FAUNA SELVATICA

Alcuni dei piccoli giunti al centro a seguito di predazioni di gatti e che purtroppo non ce l’hanno fatta

Purtroppo, per quanto “carini e coccolosi” possano essere, i nostri amici gatti sono nella realtà una vera e propria sciagura per la fauna locale.
Essi contribuiscono infatti al declino delle specie aviarie e di piccoli mammiferi nel mondo[1], posizionandosi tra le maggiori cause di estinzione delle varie specie di uccelli, subito dopo la distruzione dell’habitat e l’attività antropica [2]. Molti studi hanno evidenziato come i gatti siano una minaccia per la fauna selvatica:


1-Attraverso la predazione di adulti, giovani e nidiacei;
2-Attraverso la competizione per le risorse alimentari con predatori autoctoni.
Mentre le popolazioni di predatori selvatici sono tenute sotto controllo dalla disponibilità alimentare, dalla capacità di predazione, dalla competizione e dalle malattie, al contrario le popolazioni di gatti liberi sono sostenute da alimenti supplementari forniti dall’uomo, sono spesso protette con vaccinazioni contro diverse malattie e non risentono dei loro predatori naturali, ormai assenti. Di conseguenza si presentano spesso in numero esponenzialmente maggiore rispetto ai predatori competitori nativi[3], il che, in  combinazione con la loro indole predatoria altamente opportunistica, li rende una vera e propria piaga.
Infine, i gatti colpiscono le popolazioni aviarie non solo uccidendo le singole prede, ma anche modificandone i comportamenti, come il foraggiamento, la riproduzione e l’utilizzo dell’habitat[4]. È stato addirittura stimato che la densità dei gatti di per sé, che può essere estremamente elevata nelle aree urbane, può influire negativamente sulla produttività aviaria, dove un numero esiguo di casi di predazione rispecchia semplicemente il basso numero di prede rimaste[4].


Troppo spesso arrivano al centro di recupero animali feriti da gatti ai quali non resta purtroppo nulla da fare, se non, praticare l’eutanasia. Aiutate queste bellezze della natura ad evitare di morire inutilmente:
– Sterilizzando il vostro gatto o la vostra gatta aiuterete a diminuire la popolazione di questa specie
– Fornendo al vostro gatto giochi in casa, soddisferete il suo naturale istinto predatorio
– Dotate il vostro gatto di un allarme sonoro (un collare con campanellino) quando lo lasciate libero di uscire, in questo modo la preda percepirà prima la sua presenza e sarà in grado di fuggire
– ricordate che il periodo da marzo a settembre è il più critico per i volatili, poiché  in giro vi sono i nidiacei e i piccoli degli uccelli, pertanto cercate di tenere i vostri gatti in casa, è una vostra responsabilità.

Michela Padovani

[1] Loss, Scott R., Tom Will, and Peter P. Marra. “The impact of free-ranging domestic cats on wildlife of the United States.” Nature communications 4.1 (2013): 1-8.
[2] Erickson, Wallace P., Gregory D. Johnson, and P. David Jr. “A summary and comparison of bird mortality from anthropogenic causes with an emphasis on collisions.” In: Ralph, C. John; Rich, Terrell D., editors 2005. Bird Conservation Implementation and Integration in the Americas: Proceedings of the Third International Partners in Flight Conference. 2002 March 20-24; Asilomar, California, Volume 2 Gen. Tech. Rep. PSW-GTR-191. Albany, CA: US Dept. of Agriculture, Forest Service, Pacific Southwest Research Station: p. 1029-1042. Vol. 191. 2005.
[3] Nogales, Manuel, et al. “A review of feral cat eradication on islands.” Conservation Biology 18.2 (2004): 310-319.
[4] Beckerman, A. P., M. Boots, and K. J. Gaston. “Urban bird declines and the fear of cats.” Animal Conservation 10.3 (2007): 320-325.

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